Gen 27

Inside Out: Riflessioni sull'importanza del riconoscimento delle emozioni

La visione del cartone animato Inside out ha coinvolto tutti grandi e piccoli!

Il cartone racconta la storia di Riley, una preadolescente che si trova a dover cambiare città insieme alla sua famiglia. Il cambiamento e la perdita dei suoi punti di riferimento, la sicurezza che le conferiva il posto dove aveva costruito le sue radici viene meno, la solitudine nell’aver lasciato i suoi amici e i suoi interessi, fanno sì che lei si senta travolta da emozioni forti.


Il cartone evidenzia come nascono le emozioni, come ci attivano e come ci sentiamo soli e persi se nessuno ci aiuta ad affrontarle, a gestirle e a dargli un nome. Le emozioni: gioia, tristezza, rabbia, paura e disgusto vengono raccontate dal mondo interno di Riley e raffigurate attraverso dei personaggi. Tutte le emozioni hanno la stessa importanza, non ci sono emozioni più importanti delle altre, bisogna imparare ad accettarle, affrontarle e superale.

La gioia e la tristezza sono due emozioni concatenate, nessuna può esistere senza l’altra. Un aspetto molto importante che emerge nella pellicola è come nei primi anni di vita dei bambini vengano connaturate quasi totalmente le emozioni positive.  Le persone che si occupano della crescita dei bambini tendono a proteggerli e preservarli dalle emozioni “negative”.  E’ fondamentale contattare tutte le emozioni, sperimentare la sofferenza, le frustrazioni, la rabbia, la paura, la tristezza e il disgusto.

Le emozioni servono ad attivarci, a mandarci un segnale che c’è qualcosa alla quale bisogna prestare attenzione.  I bambini non sono abituati a riconoscere i propri stati d’animo e gli adulti devono, attraverso l’educazione affettiva, educarli alle emozioni. Se gli adulti sono in grado di aiutarli a dare un nome alle loro emozioni i bambini si sentiranno al sicuro, amati e protetti.  Per un bambino è fondamentale che percepisca di “essere sentito” da chi si prende cura di lui, che qualcuno si sintonizzi con il proprio stato emotivo. L'educazione emotiva è una parte fondamentale dell'educazione di un bambino. Si svolge ogni giorno all'interno della relazione con chi si prende cura di lui. Sa che in ogni difficoltà potrà chiedere aiuto e ci sarà sempre qualcuno che cercherà con lui le parole per dare voce al suo stare male e venirne fuori. Il bambino ha bisogno che l’adulto sappia vedere le propria emozioni negative, che sappia sostenerle e non averne paura.

Spesso ai genitori fa male la tristezza dei lori figli, vorrebbero che fossero sempre felici e non soffrissero. Se il bambino soffre cercano di insegnarli come non soffrire trasmettendogli il messaggio che stare male non serve. Dire al bambino frasi del tipo: “non devi piangere per questo”, “ormai sei grande per piangere” lo pone nella condizione di soffocare le emozioni negative, negandone la loro sana esternalizzazione. Se il bambino è triste o arrabbiato si tende a distrarlo per non esserlo, difficilmente lo si aiuta a parlare della sua tristezza o della rabbia. Aiutare i bambini a sperimentare le loro emozioni negative è fondamentale perché comprendano che ci sono, che sono naturali e che si possono affrontare. È fondamentale sostenerli ad esternare ciò che sentono, quello che non riescono a far emergere perché per loro è troppo faticoso. Se i genitori e chi si prende cura di loro sono in grado di esprimere ciò che sentono, anche se è difficile e doloroso da esternare, anche i bambini lo faranno. Se nessuno è in grado di insegnargli a gestire le emozioni, i bambini ne saranno travolti.

È attraverso l’adulto che si prende cura di loro che apprendono.  E’ necessario “saper ascoltare”, sapersi sintonizzare sui loro stati d’animo. A tutti noi è capitato di stare meglio quando la persona che abbiamo davanti è stata in grado di ascoltarci. Mettendosi in una posizione di ascolto si può portare il bambino a esprimere ciò che lo preoccupa, lo fa arrabbiare, lo mette in difficoltà…  Ascolto quindi significa anche accettazione e accoglienza dell’altro.
Può essere molto utile dire al bambino: “Che ne diresti di parlarne?”, “Vorresti dirmi qualcosa in più su questo problema?”.

Attraverso l’ascolto il bambino si sente accolto e non giudicato, ricevendo una ridefinizione della situazione, in cui poter mettere ordine e favorire la possibilità di trovare da solo una soluzione. Se ciascuno di noi ripensa a ricordi personali in cui si è sentito triste o arrabbiato e nessuno degli adulti vicini è stato in grado di cogliere questo stato d’animo, riuscirà a sintonizzarsi maggiormente con i bambini. Una famosa frase del “Piccolo principe” recita: "Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano". Proteggere i figli non significa preservali da ciò che fa male! Per un bambino non c’è nulla di più protettivo che percepire di “essere sentito e capito” e questo non vuol dire minimizzare gli stati d’animo, ma accoglierli! Non si può remare controcorrente, sarà faticoso e la corrente ci riporterà sempre indietro!